La donna

Ho vissuto per cinque anni in Inghilterra dove , quasi per caso, mi son trovata a codirigere un servizio di psicologia all’interno del Centro di cure palliative specialistiche dell’ospedale di Norwich.

Abbiamo lavorato al fine di fare accettare il supporto psicologico non come “scelta” del paziente oncologico ma come parte dell’assessment iniziale ritenendo che supportare la persona a mantenere una certa qualità’ di vita e a lavorare su se stessa e le sue relazioni avrebbe aiutato anche il team medico a gestire meglio il caso.

Naturalmente il cancro colpisce tutti, senza distinzione di salute mentale o presenza di altri eventi catastrofici in famiglia.

Cosi’ ci siamo ritrovate a supportare anche donne portate dalla vita a dover gestire un cancro non curabile assieme ad altri mille sfide.

La donna che riceve la prognosi subito dopo aver perso la figlia di suicidio; la donna abusata per anni che si ritrova un cancro alle ovaie e si rifiuta in ogni modo di sottoporsi ad esami invasivi; la donna single che non sa a chi lasciare i figli; la donna tossicodipendente incinta che preferisce farsi un’overdose piuttosto che farsi trattare per cercare di salvare il bambino; la donna che ha lottato per tenere lontano l’ex marito violento dai suoi figli ma che muore sapendo che l’altro genitore erediterà’ la cura dei suoi figli; la donna che muore sola perchè la figlia adolescente non le rivolge la parola dopo una discussione sull’ipad; la donna che continua a farsi guerra con l’ex marito fino all’ultimo dei suoi giorni per l’affidamento dei figli perché’ nessuno dei due riesce dopo anni ad alzare bandiera bianca; la donna che semplicemente sa che suo marito ha gia’ una storia con la sua migliore amica ma lo lascia fare quasi con dolcezza; la donna che non sa essere triste e la manifesta con rabbia in una serie alternata di tentati suicidi e chemioterapie.

La donna che perde l’amore della sua vita, il suo pilastro.

La giovane madre  che lascia dei figli piccoli.

E so di aver banalmente parlato di dolore femminile quando tutto il dolore sopra elencato e’ anche maschile.

Ma sara forse che in parallelo ho avuto il mio primo figlio (ne porto un altro in grembo, femmina!), ho sentito il dolore straziante di queste giovani madri.

Nella mia prima settimana di lavoro, ho accompagnato un’infermiera in una visita domiciliare perché mi era stato chiesto di parlare alla bimba. La madre in chemio e con cancro sicuramente non curabile, stava pero’ in piedi fuori dalla porta del soggiorno, non sentendo di avere il diritto di intervenire. Si era gia’ data morta come madre.

Ecco da allora mi sono impegnata a lavorare in partenariato con queste madri e questi padri e restituirgli la capacita’di essere partner e genitore fino alla fine.

Le sedute di terapia familiare avevano non lo scopo di parlare di morte ma di vita, di qualità’ di vita. avevano il compito di aiutare il bimbo a separare la rabbia verso il cancro che gli impediva di andare in vacanza o al cinema con la madre dalle altre emozioni verso il genitore.

Abbiamo lavorato grazie alla tendenza inglese di parlare di prognosi, con mesi e anni di distanza in maniera che nei giorni della morte, i bimbi si potevano permettere di dire addio alla mamma.Il che non vuol dire che il loro lutto sara’ meno doloroso ma che avranno una visione di una madre forte, presente fino alla fine e che non scompare improvvisamente; bambini che impareranno dalla madre ad essere forti e saper gestire il dolore anhein futuro.

Come portare avanti questa campagna dei diritti dei pazienti ma soprattutto dei diritti della donna madre e compagna?

Come sensibilizzare le donne a concedersi delle chiaccherate con altre donne per condividere la loro forza?

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