L’approccio terapeutico

Lavorare con tutta la famiglia in oncologia e cure palliative e’ un dovere. Le linee guida NICE, pubblicate nel Regno Unito (paese all’avanguardia in questo campo) e tradotte anche in italiano, invitano a considerare la famiglia e non il singolo paziente come l’unita’ di cura da prendere in carico.

Son infatti tutti i membri familiari a dover subire un evento catastrofico con  una ripercussione sul loro benessere psicofisico.

Lavorare con la famiglia consente  soluzioni di ritrovato benessere più reali e ed efficaci. La famiglia lavora meglio insieme.

Da terapeuta potrei dire che il primo passo da fare insieme e’ la distruzione graduale del muro di protezione reciproca e di sensi colpa che spesso fa’ da padrone su tutto. Non si parla per evitare di far star male l’altro e gli altri, soprattutto se ci sono dei bimbi coinvolti.

Lavorare con le famiglie oncologiche mi ha aiutato a capire quanta solitudine si può nascondere nella sofferenza. Il non detto, sicuramente segno di protezione amorevole, spinge spesso ognuno di noi a elaborare in solitudine pensieri ed emozioni senza davvero però trovare soluzione e pace.

La condivisione, lenta, graduale e rispettosa dell’usuale linguaggio emotivo della famiglia, aiuta a liberarsi di mostri emotivi; a sentirsi più normali perché anche gli altri provano lo stesso; a sentirsi insieme più forti perché la circolazione delle emozioni ne riduce in qualche modo l’impatto; a trovare soluzioni insieme o semplicemente a trarre forza dallo stringersi le mani e sentire che tutti gli altri ci sono; a darsi il permesso di una risata e momenti di gioia che nutrono e danno sollievo ma rafforzano anche i legami e fanno sentire che “anche noi si vive nella normalità”.

La prima volta che da terapeuta familiare mi e’ stato chiesto di lavorare con una famiglia oncologica, la madre malata e’ rimasta fuori dalla stanza sentendosi ospite non gradito. Per “colpa sua”, marito e figlia di pochi anni stavano male. E chiedeva a me, l’esperta, di prendermene cura. Di sostituirla.

Qualche volta i malati si rendono invisibili perché pieni di sensi di colpa, appiattiscono le loro paure insieme al desiderio di essere amati e desiderati dal partner, dimenticano di avere delle competenze genitoriali e di cura.

A mio parere la terapia familiare deve rappresentare uno spazio neutro ed accogliente in cui condividere pensieri ed emozioni sull’impatto che la malattia ha sulla qualità di vita e sulle relazioni. Dirlo ad alta voce, ascoltarsi reciprocamente e’ già un obiettivo importante.

Primo compito della terapia e’ dunque anche l’ascolto delle difficoltà’ a gestire l’ansia, la depressione, le decisioni difficili sul trattamento da seguire; dei conflitti di coppia, con le sfide all’ intimità e alla sessualità;  dei problemi legati alla genitorialità e al benessere dei figli; delle ansie e paure dei figli sul presente e sul futuro incerto.

In questo approccio si guarda al problema cancro focalizzandosi sulla forza del contesto relazionale e mai sulle “cose che non vanno” di una persona. Guardiamo ai fattori di rischio e alle difficoltà’ cosi come alle risorse e alle forze di una famiglia in maniera da stare al loro fianco nel gestire i problemi che il cancro ha portato con se’; sicuri del fatto che ogni famiglia ha le sue risorse che pero’ qualche volta possono essere usate in maniera poco efficace.

Secondo compito e’ aiutare la famiglia a trovare gli strumenti per sentirsi in controllo del “giro sulle montagne russe emotive” che molte persone con il cancro sentono di intraprendere.

Spesso pochi incontri sono sufficienti: molte famiglie si sentono in controllo già’ per il semplice fatto di dare voce a delle paure e a sentirsele normalizzare cosi come della possibilità’ di poter ragionare su strategie alternative di problem solving ;  sentire di poter usufruire di uno spazio di questo genere nei momenti di crisi o di sconforto

E’ per questo più’ efficace a mio parere non avere incontri regolari ma richiesti nei momenti di crisi o di evoluzione della malattia. La famiglia in questa fase critica del loro ciclo vitale non ha le forze di progettare neanche un trattamento psicoterapeutico, vista l’incertezza e l’attesa che pervade le loro vite.

Non tutte le famiglie fanno un buon uso delle loro risorse, come la Dott.ssa Stefania Torrelli ci spiega in questo ottimo documento in italiano “Cancro e fragilità’ familiare. Un’indagine sull’identificazione delle fragilità’ familiari”. C’e’ chi usa la rabbia  e l’acting out come strumento di distrazione per esempio, per evitare di toccare la propria sofferenza e dare voce alle proprie paure. Intervenire precocemente significa dare alla famiglia e ai suoi individui la possibilità di interrompere o evitare uno stress prolungato e patologico.

Lavorare con la famiglia non significa vedere i familiari sempre tutti assieme. E’ importante assicurarsi che il paziente oncologico abbia la possibilità’ di esplorare le proprie paure che spesso gli generano ansia e depressione, qualche volta attacchi di panico, senza la paura di ferire o preoccupare gli altri.  Anche il partner, nella sua funzione di caregiver, vuole lo stesso spazio, un po’ per le stesse ragioni ( quelle di voler apparire forte e positivo di fronte al partner malato). Spetta poi al terapeuta la capacita’ di saper creare da questi momenti individuali e singoli uno spazio di coppia. O viceversa dalla coppia consentire degli spazi individuali.

Credo i figli vadano visti con i genitori. Per restituire al genitore la sua competenza. Ma capita che alcuni genitori ti portano i figli delegandoti alla loro cura emotiva. Spetta di nuovo al terapeuta accettare inizialmente questo ruolo, se l’unico offerto, per poi gradualmente restituire la competenza ai genitori.

Far diventare le voci singole un coro senza perdere la loro unicità’. Un po’ come nei cori musicali dove per cantare insieme, si fa già un grande lavoro per vibrare all’unisono, per accordarsi, armonizzarsi; tutti accettano di unificare le loro vibrazioni, le loro aura, senza che nessuno perda la propria individualità, la propria unicità’.

Maria Teresa Miletta

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