L’importanza di lavorare con la famiglia

Il cancro non riguarda mai solo la persona che si ammala, ma tutto il nucleo familiare.

Il cancro e’ una “malattia familiare” perché’ rappresenta un evento stressante per ogni singolo membro e ha un impatto sul suo benessere psicofisico.

Nella mia esperienza la famiglia, dopo la prima fase di shock,  vive la malattia in uno stato di incertezza che io definirei “tempo sospeso”.  Perde la sua progettualità’ e si mette in attesa: di guarire, di morire, di un nuovo trattamento, di una seconda chemio, di  ecografia o semplicemente della prossima visita oncologica; generando l’impressione di essere completamente sopraffatta e controllata dal male che a questo punto diventa “il nemico da sconfiggere”. I sentimenti di minaccia, disgregazione, colpa e disperazione dominano il mondo emotivo della famiglia.

Naturalmente non tutte le famiglie reagiscono allo stesso modo: le dinamiche relazionali, la coesione familiare,la presenza di conflitti, il tipo di comunicazione e di linguaggio emotivo e una possibile storia di eventi traumatici passati, tutto influisce sulla capacita’ di gestire questo evento critico.

Ma la famiglia non e’ solo contenitore di emozioni, e’ soprattutto una risorsa, e’ il contesto in cui si impara ad affrontare il problema in maniera collaborativa e a condividere strategie, risorse e soluzioni per essere tutti più forti.

Bisogna lavorare sulla resilienza, intesa come capacita di affrontare un evento traumatico o un periodo di difficoltà sentendosi artefici del proprio cambiamento.

Quindi stare a fianco della famiglia in questo loro momento difficile significa restituirgli il controllo e aiutarli ad uscire da questo stato di attesa, aiutarli a comprendere quali sono i punti di forza e di debolezza, stabilire degli obiettivi e identificare le strategie di problem solving migliori; farli sentire vivi e forti perché’ in controllo invece che in balia di qualcosa da cui difendersi. Restituirgli una qualità’ di vita al presente.

Quando si lavora con una famiglia oncologica o palliativa bisogna imparare ad essere flessibili. Non proporgli cambiamenti ma rafforzamenti e aggiustamenti(perché’ mettersi in discussione richiede una progettualità’ che non ci si può’ aspettare), non proporgli appuntamenti regolari a lungo termine ne’ un setting rigido (casa , ospedale,studio van tutti bene). Aiutarli nei loro sforzi di dare alla loro vita una sembianza di normalità’ e aiutarli a concedersi momenti di allegria e condivisione.

Aggiungerei …fare del cancro un alleato.  Solo ascoltando il proprio corpo, il paziente oncologico sa  quando sta male e quando si sente più’ in forza. Puo’ imparare ad alternare momenti di presa di cura di se’ a momenti dove lo sguardo relazione e di apertura al mondo e’ piu’ ampio.

Se guardiamo alla vita familiare come a un viaggio metaforico su una barca sul fiume ( con un’asse temporale passato,presente, futuro), vediamo come spesso la famiglia non e’ in grado di guardare al futuro e spesso si focalizza sul passato sentendosi vivere in un presente opprimente. La psicoterapia deve rappresentare a mio parere un porto dove attraccare con la modalità’ e la frequenza che la famiglia sceglie,considerando ogni fermata come unica in quanto portatrice di una possibilità’ di riflessione ma con in testa un piano a lungo termine.

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